Le alghe contro l’inquinamento da microplastiche?

Un possibile aiuto naturale contro questa pericolosa forma di inquinamento

Le alghe, che costituiscono la base delle reti trofiche acquatiche, sono tra i primi organismi a entrare in contatto con le microplastiche. Mentre gli studi precedenti si sono concentrati principalmente sugli effetti tossici delle microplastiche sulle alghe, come l’inibizione della crescita e l’alterazione della fotosintesi, un team di scienziati cinesi ha scoperto che le alghe possiedono anche proprietà superficiali uniche, plasticità metabolica e comportamenti di aggregazione che potrebbero favorire la distruzione delle microplastiche. Ci pensate? La natura al suo livello più elementare che si occupa di distruggere un gigantesco danno ecologico e salutare creato dall’uomo.

Lo studio è stato condotto da ricercatori dell’Accademia cinese di ricerca sulle scienze ambientali in collaborazione con l’Università di Tongji, l’Università di Scienza e Tecnologia di Pechino e l’Accademia provinciale di scienze ambientali del Guangdong. I risultati sono stati pubblicati su Engineering Environment, una rivista internazionale nel campo delle discipline ambientali che si dedica alla promozione e alla diffusione delle scoperte di teorie all’avanguardia, delle innovazioni nella tecnologia ingegneristica e delle pratiche di applicazione tecnologica nell’ambito delle discipline ambientali. Aderendo al principio di integrazione tra teorie scientifiche e tecnologie ingegneristiche, la rivista pone l’accento sulla convergenza tra tutela ambientale, risposta ai cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile.

Lo studio osserva come le alghe interagiscono con le microplastiche negli ecosistemi acquatici, descrivendo nel dettaglio meccanismi quali l’assorbimento superficiale, l’incorporazione e l’interiorizzazione cellulare. In particolare, evidenzia come queste interazioni biologiche potrebbero essere sfruttate per mitigare l’inquinamento da microplastiche, offrendo nuove prospettive per una gestione sostenibile dell’ambiente acquatico. I ricercatori hanno scoperto infatti che le microplastiche più piccole e più ruvide mostrano una maggiore affinità per le superfici algali, formando spesso etero-aggregati che accelerano la sedimentazione delle particelle.

Sebbene le microplastiche possano inibire la crescita algale schermando la luce, danneggiando le pareti cellulari e inducendo stress ossidativo, la revisione evidenzia un paradosso: in determinate condizioni le alghe si adattano ispessendo le pareti cellulari, modificando il metabolismo o formando aggregati che riducono l’ulteriore esposizione. In questo caso i biofilm algali possono alterare l’assorbimento degli inquinanti coesistenti sulle microplastiche, influenzandone la tossicità e il destino ambientale. Gli autori sottolineano che la comprensione delle interazioni tra alghe e microplastiche rappresenta un cambiamento concettuale nella ricerca sull’inquinamento: anziché considerare le alghe esclusivamente come indicatori di danno ecologico, le inquadra come potenziali strumenti biologici per la bonifica.

Sfruttare le interazioni tra alghe e microplastiche potrebbe aprire quindi nuove strade per una mitigazione dell’inquinamento ecocompatibile ed economicamente vantaggiosa, integrandole negli impianti di trattamento delle acque reflue, nelle zone umide artificiali o nei corpi idrici naturali per migliorare la rimozione delle microplastiche attraverso l’aggregazione e la sedimentazione. Inoltre, la biomassa algale contenente microplastiche potrebbe essere riutilizzata per la produzione di biocarburanti o altri prodotti a valore aggiunto, allineando il controllo dell’inquinamento ai principi dell’economia circolare. Alghe che incorporano le microplastiche, le “assorbono” modificandole e poi sono idonee a essere utilizzate come carburanti, senza più inquinare: sembra fantascienza ma è la natura. Per chi ci crede, l’ennesima opera di Dio per darci una mano.

di Paolo Ponga